giovedì 4 luglio 2013

Autobiografia semiseria

Sono nato il 4 luglio 1976, anche se questo lo avete letto nel retro di copertina (se trovo qualche editore disposto a pubblicare il libro).
Non ricordo nulla di quando sono nato, ci credo per fede. Del resto, nessuno di noi possiede delle prove della propria nascita; speriamo comunque che non ci sia qualche lettore che dubiti di esistere.
Insomma sono nato, fino a prova contraria.
Non ero bello al momento della nascita, neanche dopo. Per trovare una mia foto decente bisogna arrivare al quinto sesto mese. Col tempo, senza dubbio, sono migliorato: ora sono veramente bello, anche se un po’ sovrappeso.
A dodici mesi dalla nascita ho compiuto un anno. Facendo un calcolo ad occhio e croce doveva essere il 4 luglio 1977. Già ad un anno avevo la faccia simpatica, rotonda, lunare. Già ad un anno ero goloso. Ho una fotografia dove ci sono io con le dita affondate sulla torta e la faccia imbrattata di un misto di cioccolata e panna.
Mi hanno raccontato che all’età di un anno ero un grande amante del girello. Un giorno ho deciso di scendere le scale con l’ausilio del mio girello. Chissà perché  quando si è così piccoli si fanno cose così strane. Conosco un bambino che si è precipitato dal seggiolone. Mia moglie da piccola faceva dondolare il passeggino alla velocità di una centrifuga. Mia sorella minore a pochi mesi si è appallottolata nel porte-enfant (ma quella era colpa di mio fratello maggiore). Troppe botte alla testa si ricevono da piccoli. Forse è questo il motivo dell’eccesso di pazzia che riscontriamo oggi nella società. Io avrei una proposta per migliorare il mondo: girello con airbag, passeggino con cinture di sicurezza, porte-enfant con barre antiurto (magari anche con il condizionatore di serie), e seggiolini con rete di protezione per trapezisti da circo.
In seguito ho compiuto due anni, era sempre il 4 luglio, ma del ’78. Visto che il giorno della nascita è stranamente coinciso con la data dei due primi compleanni, è stato decretato di festeggiarmi ogni anno il 4 luglio.
In seguito ho compiuto tre anni, praticamente un anno dopo. Di questo periodo non ricordo molto, eccetto qualche particolare riguardante i miei bisogni corporei, per nulla piacevole da raccontare.
A quattro anni e un mese e sette giorni è nato mio fratello minore. Quante botte gli ho dato! Ma non ero geloso. Ricordo che gli tiravo i chiarissimi capelli biondi, ma non ero geloso. Lo facevo piangere e scappavo in un’altra stanza; comunque non ero affatto geloso. Lui però si è vendicato e ha distrutto tutti i giocattoli: alcuni li ha demoliti, altri li ha gettati dal balcone (quarto piano!), di altri si è impossessato senza una richiesta di riscatto.
A quattro anni è iniziata la mia carriera sentimentale, o forse a tre. Già all’asilo dalle suore avevo la fidanzatina e palesavo gli evidenti segni dell’innamoramento. Soffrivo quando non la vedevo, non mangiavo più le uova di cioccolata, dimenticavo i miei effetti personali, come piccole sculture di plastichina o robot giocattolo, la sognavo la notte prima di fare la pipì a letto. Che ci volete fare, sono stato sempre precoce! Pensate che a cinque anni ero a scuola, ho fatto la primina.
Il primo giorno di scuola ho pianto; ufficialmente perché non volevo distaccarmi da mia madre.
Anche mio fratello più grande ha pianto il primo giorno di scuola. Mio fratello minore e la mia sorellina hanno pianto il primo giorno di scuola. I miei cugini altrettanto. I compagnetti del cortile si facevano forti, ma pure loro hanno pianto il primo giorno d scuola. C’è qualche cosa che non va nel primo giorno di scuola. Bisognerebbe abolirlo e iniziare dal secondo. Se non si riuscirà a fare ciò, quando avrò un figlio gli scriverò la giustificazione per l’assenza del primo giorno e gli farò frequentare la scuola dal secondo giorno. Così gli eviterò il consueto trauma.
A sei anni ho dovuto mettere gli occhiali, due fondi di bottiglia di dimensioni sproporzionate rispetto alla mia faccia. Dicono che non ci vedevo nulla.
A sette anni facevo la terza elementare e avevo sviluppato una pessima grafia; un risultato soddisfacente, visto che adesso scrivo peggio che da piccolo. Poi sono entrato negli scout e con questa iscrizione è iniziata la mia stagione di imitazione del fratello maggiore. Solo che a otto anni è subentrata una sindrome di abbandono. Non volevo fare un passo senza i miei genitori. Niente, neanche andare a scuola. I miei mi hanno portato da uno psicologo. Ha posto due domande a me, due domande a loro e tre parole ha detto lui: 80.000 lire. Ho sbagliato tutto, dovevo studiare psicologia.
A ridosso dei nove anni è iniziata timidamente la mia carriera artistica: ho composto una ingenua poesia pacifista contro la Guerra Fredda. Non so perché ho cominciato a scrivere così d’improvviso, forse perché tutti gli artisti sono un po’ depressi o affetti da qualche turba psichica. La cosa peggiore è che poi mi sono convinto di essere un minipoeta. Producevo rime a bizzeffe, riempivo i miei scritti di improbabili parole tronche per dare un sapore più arcaico e più colto, condivo il tutto con un sano autobiografismo fanciullesco.
Successivamente ho scoperto la musica, tra i nove e i dieci anni. Conoscevo da prima la note, insegnatemi da mio padre sul vecchio pianoforte di casa. Dopo però sono stato attratto da una passione smisurata per la chitarra. Ho imparato facilmente lo strumento, con piacere, direi con avidità. Nei mesi seguenti sono iniziate le mie prime esibizioni pubbliche. Ero considerato un bambino prodigio. L’apice del mio successo l’ho raggiunto ad una festa per dilettanti in un villaggio turistico. Sembravo un cantautore in versione tascabile. In poco tempo sono diventato il fiore all’occhiello dei miei genitori. La chitarra era la mia protesi.
Eravamo a cena da amici: “E prendi la chitarra!”.
Venivano gli amici a cena da noi: “E suonaci una canzone”.
Andavamo in campeggio: “E suona!”.
Non andavamo in campeggio: “E suona lo stesso!”.
Nonostante questa terrificante oppressione psicologica, il mio amore per la musica non si è spento. Mi ha salvato un valido e ben coltivato esibizionismo.
La mia carriera sentimentale ha avuto un’ulteriore svolta alle elementari. Mi piaceva una bambina, non tanto bella per la verità; purtroppo di me si è innamorata un’altra. È stato un amore impossibile sin dall’inizio, a partire dall’altezza. Lei era circa venti centimetri più alta di me, io infatti ero il più basso della classe. Avevo capito che l’avevo attratta con il mio fascino di bambino intellettuale, però facevo l’indifferente e a tratti il galletto. Un giorno ha deciso di dichiararsi. Mi ha regalato per San Valentino un pacchetto di cioccolatini e mi ha scritto una letterina (tutti diminutivi). Io sono stato preso dal panico, ho compreso che la cosa si stava facendo seria e le ho restituito in malo modo il pacchetto. La lettera l’ho scoperta dopo, mentre svolgevo i compiti per casa (ero eccezionale a fare le divisioni); l’aveva inserita dentro lo zaino di nascosto. L’ho strappata in mille pezzi e ho buttato la carta dal balcone. Una storia d’amore veramente triste!
Alle medie, tra i dieci e gli undici anni, le mie attenzioni sentimentali si sono rivolte verso un’altra ragazzina, come al solito molto più alta di me e completamente irraggiungibile. Non era proprio amore, ma più che altro lo potrei definire come prurito. Improvvisamente, insieme al sorgere microscopico di un po’ di peluria in alcune parti del corpo, fino ad allora latenti, si generava uno strano prurito. Purtroppo, nonostante quella passione fosse soltanto di natura fisiologica, io ho sempre vissuto tutto in maniera molto romanzesca, seria e drammatica.
 A dodici anni finalmente ho trovato una soluzione a quel singolare prurito. Mio padre, nutrendo qualche sospetto, mesi dopo mi ha chiamato nel salone. Io ero su di una poltrona, lui sull’altra. Ha parlato per diversi minuti sulla sessualità, lo sviluppo, il passaggio all’adolescenza, la masturbazione. Io abbassavo la testa, presentando sul viso un impercettibile sorriso. Comunque non del tutto impercettibile, se mio padre successivamente si è bloccato: “Ma forse ti sono già successe queste cose!”.
Io ho risposto un po’ imbarazzato, anche perché non volevo deludere mio padre, dopo che aveva impiegato per me tutto quel tempo: “Veramente sì”.
“Ah!”, ha risposto lui accennando una risata.
Potrei definirmi un autodidatta.
Per quanto riguarda la mia carriera artistica, a dodici anni ho composto la mia prima canzone: titolo “A scuola non ci vo’ ”. Un testo senz’altro ispirato al trauma del primo giorno di scuola. Anche mio fratello maggiore ha pianto il primo giorno di scuola. I miei cugini altrettanto (ah vero, questa cosa l’abbiamo già scritta sopra).
A tredici anni ero già alle superiori. Sono diventato subito una star. Mi esibivo nei quiz televisivi tra scuole cittadine, cantavo con un complesso (i Poker d’Assi, per la cronaca) provocando grande scalpore nella critica locale, accentravo l’attenzione su di me nelle feste di fine anno in classe. 
Ho iniziato a scrivere canzoni a ripetizione, m’immaginavo sui palchi di tutto il mondo e intervistato su ogni emittente televisiva. Insomma deliravo; ma se non lo fai a tredici o quattordici anni, quando lo devi fare? Se ti trattieni da questi deliri fantasticheggianti, poi si ripresentano verso i sessant’anni con l’idea di migliorare il paese tramite la politica.
A quattordici anni ho intrapreso la via del teatro, che mi riusciva congeniale proprio quanto la musica. Ho recitato ne “L’Onorevole” di Sciascia, sempre grazie alla scuola. Nel frattempo i miei voti lievitavano in maniera inversamente proporzionale al mio impegno nello studio. Ci sono insegnanti che amano molto le attività extra scolastiche.
A quattordici anni si è presentata anche la mia prima esperienza con i bambini, per l’esattezza mia sorella che era nata un anno e mezzo prima.
Finita la scuola, la mamma continuava a lavorare; mio fratello maggiore, sino ad allora il tutore della sorellina, si era innamorato pazzamente e se ne andava al mare a scoprire i primi baci; quindi io ho dovuto badare alla piccola. Quanto mangiano i bambini di un anno e mezzo! E soprattutto quanto digeriscono! Al ritorno mia madre trovava sistematicamente la sorellina con il pannolino pulito, ma con evidenti difficoltà di deambulazione. In effetti il nastro adesivo era stato applicato in maniera imperfetta, diciamo che era del tutto storto. Pulire la cacca sì, ma non mi si può chiedere la perfezione, sono un maldestro geneticamente immodificabile.
Cosa dire poi dei quindici anni? Niente, è meglio non dire niente, che mia moglie è ancora gelosa. Mi fermerei a descrivere l’emozioni di questo primo amore adolescenziale, ma purtroppo sto scrivendo sotto tortura.
Nel frattempo avevo iniziato a studiare pianoforte, in maniera più seria e impegnativa rispetto alla chitarra. Dopo quattro mesi volevo smettere, perché ho incontrato il primo pezzo di Bach, una vera tortura per il cervello. Bach bisogna suonarlo in maniera evangelica: “Non sappia la tua destra ciò che fa la tua sinistra”. È proprio vero, le mani dovevano andare per i fatti loro, ma, dopo qualche battuta, per il nervosismo ti ritrovavi a prendere a pugni i tasti d’avorio. Comunque, ho perseverato.
A quindici anni ero già in grado di affascinare donne più grandi di me. C’è stata una certa Antonella, o forse Donatella, no Rossella, ah sì Stella, o magari Isabella, più certamente Macrina, che si è innamorata di me. Era sei anni più grande, mi ha stretto la mano in lacrime molte volte, mi ha telefonato, lei sognava una fuga d’amore di quelle che finiscono sui giornali, io invece sognavo una soluzione diversa al mio prurito. Del resto a quindici anni! Niente da fare, un altro amore finito nel nulla.
A sedici anni ho ricominciato a scrivere poesie e bozzetti di racconti. Mi ero illuso di fondare una nuova corrente poetica trasgressiva, dopo aver studiato il Futurismo e il Dadaismo. Ormai pensavo alla cerimonia del Nobel davanti ai regnanti di Svezia; certe fantasie di adolescente sono dure a morire!
Siamo arrivati ai diciassette anni, un periodo fondamentale della mia vita. Mi sono innamorato pazzamente di quella che poi è diventata mia moglie. È stata una sensazione meravigliosa, unica, indescrivibile. Ho ripreso a scrivere canzoni per lei, poesie d’amore a cadenza quotidiana, si è aperto un mondo nuovo davanti a me. Chi è stato quell’idiota che ha detto che l’amore più perfetto è quello in cui non si è ricambiati?
Io amavo ed ero riamato. Io non mi sono mai dichiarato, lei non si è mai dichiarata, semplicemente ci siamo amati, due amici che si sono innamorati. Ho compreso subito che ci saremmo sposati, lei anche.
Io avevo diciassette anni, lei ventitré. Ve l’ho detto che ci so fare con le donne più grandi.
Dal punto di vista artistico in quell’anno ho conseguito la licenza di teoria e solfeggio. Nove mesi a studiare con il metronomo, note e notine senza senso, chiavi, dettati, solfeggi cantati. Chissà perché quando studiavo musica si svuotava la casa.
A diciassette anni inoltre ho cambiato capigliatura: avevo la riga a sinistra, l’ho spostata a destra, passando rigorosamente per un periodo transitorio al centro. Sulla fronte mi è spuntato un ciuffo, o più che altro un onda che si innalza naturalmente ogni giorno sulla mia testa. Sembrano cose banali, ma non sapete quanto può servire ad un adolescente in cerca di autostima un taglio di capelli diverso. Se mio figlio avrà dei problemi lo manderò dal barbiere. Una soluzione più innocua, rispetto ai vari orecchini, buchi dolorosi in perfetto stile tribale, o tatuaggi cancerogeni a prova di dermatite.
A diciotto anni mi sono diplomato (massimo dei voti) e poi mi sono iscritto all’università. Tutti, genitori insegnanti bidelli barbieri bottegai amici parenti varie ed eventuali, mi vedevano iscritto a qualche seriosa facoltà scientifica, magari già con in mano una scoperta da ingegnere nucleare. Io li ho spiazzati: lettere.
Avevo deciso subito che all’università ci sarei stato poco, il tempo necessario per laurearmi senza impoverire completamente le casse domestiche. In tre anni e mezzo ho conseguito la laurea, sempre col massimo dei voti. Al momento della proclamazione del voto si sono viste scene di una singolare intensità espressiva: mia madre, come una novella Anna Magnani, si è gettata con le braccia tese verso di me piangendo. È seguito un lungo abbraccio da goal di finale del campionato del mondo.
Ma facciamo un passo indietro. A diciannove anni studiavo all’università, ero innamorato della mia ragazza e uscivamo tutti i giorni insieme, e facevo la bella vita.
A vent’anni mi dedicavo ai mieti studi accademici, passavo una cospicua parte della mia giornata insieme alla mia futura moglie e conducevo una vita serena e divertente.
A ventuno anni continuavo a dare esami alla facoltà di Lettere, amavo intensamente Daniela e mi trastullavo con allegria.
Insomma per tre anni ho fatto pressappoco sempre la stessa cosa, ma per allungare il brodo basta usare in maniera opportuna dei sinonimi. 
Dopo la laurea ho passato un anno da felice e disoccupato. Il mio sogno si era mutato nell’immagine del professore universitario. Volevo svolgere quella professione. I professori universitari sono una categoria a parte, dove pochi sono quelli bravi, molti quelli medi rubati alle scuole superiori, e abbastanza quelli scarsi. Tanti professori universitari, a furia di studiare, hanno il cervello atrofizzato, mancano di elasticità, gridano per un non nulla. I professori universitari dicono che lavorano molto. Lo dicono e basta. Molti professori universitari sono creativi: per i loro corsi monografici vanno a pescare gli argomenti più singolari. Nel mio iter accademico ho studiato le parrocchie di Caltanissetta, le recensioni di romanzi sconosciuti, i famosissimi poeti latini del III secolo che a stento sono nominati nelle enciclopedie, le iscrizioni delle lapidi romane e l’apparato critico di un anonimo autore bizantino; da ciò ne ho dedotto che: il 30% di quello che studi all’università ti serve nella vita, il 25% nella futura professione, il 55% è per la gioia dei docenti, per la loro autocelebrazione e per renderti conto di come non si deve scrivere un libro.
Sempre nell’anno della laurea sono stato attratto dalla scrittura. Lei mi ronzava attorno da tempo, fin da quando ero bambino, ma in quel periodo è stato come un bagliore, un vero e proprio innamoramento.
Ho cominciato a scrivere sui giornali e ho iniziato a creare dei racconti. È nato così “Pentidattilo ed altre storie”, la mia prima raccolta pubblicata da un editore locale. Un piccolo libro che però ha suscitato un grande scalpore. Alla presentazione c’erano circa ottanta persone e quasi tutti hanno acquistato il testo (basta possedere una famiglia numerosa e dire anticipatamente ai parenti che non puoi regalare copie gratuite). Poi le vendite sono salite alle stelle, oltre le 150 copie. Come prima uscita non è male, un vero best seller condominiale.
Da allora ho scritto altri tre libri (questo è il quarto), sono stato bocciato da importanti case editrici, non ho vinto nessun concorso, tranne una menzione di merito che non ho nemmeno ritirato. Si prospetta per me una carriera promettente e la strada verso il Nobel è già intrapresa. Non è un problema di gloria o di ricerca di successo, voglio vincere il Nobel per questioni economiche. Danno un bel po’ di soldi al vincitore, e sapete, con l’abolizione delle pensioni di anzianità, il debito pubblico, il calo della borsa, l’aumento dei tassi d’interesse, il Nobel sarebbe un bel modo per avere una rendita in vecchiaia e sposare tranquillamente i figli.
A ventitré anni ho iniziato a lavorare come insegnante e da allora ogni cosa è stata fatta in funzione del matrimonio, che è arrivato l’anno dopo.
Non mi dilungo sull’aspetto sentimentale dell’evento, che senz’altro per me è stato fondamentale e grandioso, ma su alcune considerazioni di ordine pratico, su alcuni vantaggi che la vita matrimoniale ti dà.
Innanzitutto le mutande. Nella casa paterna eravamo quattro maschi compreso mio padre. Gli slip (e un po’ più fine) erano messi tutti in comune, in un cassetto, ma le stazze fisiche erano molto diverse. Le povere mutande subivano ogni giorno dei traumi fisiologici, prima sformandosi, poi stringendosi in lavatrice, in seguito asportate dell’elastico. Insomma, era una lotta quotidiana a chi si accaparrava le mutande migliori. Mio padre era arrivato addirittura a nasconderle in mezzo alle sue carte, per sottrarle alla furia dei figli. La stessa pratica subivano i calzini e saltuariamente i pigiami.
Quando mi sono sposato non riuscivo a credere ai miei occhi: avevo dodici paia di mutande tutte mie, dodici paia di calzini di tutti i colori solo miei, e pigiami a volontà.
Un altro vantaggio è il letto matrimoniale, non che a casa mia da signorino stavo male, però io credo di essere nato per il letto matrimoniale. C’è un feeling, una attrazione reciproca, io e il letto entriamo facilmente in simbiosi.
Altri vantaggi: ho risolto il problema del prurito definitivamente, possiedo più libertà, non c’è nessun fratello che mi ruba le magliette o nessuna sorella che mi ruba la cioccolata, posso mangiare le torte che cucina mia moglie senza inscenare lotte per la sopravvivenza con i miei coabitanti.
Adesso ho venticinque anni, continuo a scrivere con passione anche se un po’ saltuariamente. Sono stimato per questo dai miei colleghi. Al corso abilitante ho redatto un’introduzione alla relazione finale, che è risultata veramente un gioiello. Ho ricevuto pure un caloroso complimento dall’insegnante tutor: “Queste pagine sono fatte proprio bene, sono di un altro stampo rispetto a quelle dei tuoi colleghi. Quindi, questa introduzione o te l’ha scritta qualcuno o l’hai copiata da un libro”.
Sul momento mi sono arrabbiato, ma poi ho pensato “prima o poi me lo toglierò questo sassolino dalla scarpa”. Ecco, ora me lo sono tolto.
È il momento di mettere la parola fine. Mi chiamo Maurizio Colucci, non ho mai copiato neanche all’esame di terza media, amo mia moglie alla follia, vorrei tanto dei figli da lei, sono un credente, l’incontro con Dio è la cosa più importante della mia vita, mi piace molto essere insegnante.

E soprattutto amo scrivere.

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