Non ricordo nulla di quando sono nato, ci credo per fede.
Del resto, nessuno di noi possiede delle prove della propria nascita; speriamo
comunque che non ci sia qualche lettore che dubiti di esistere.
Insomma
sono nato, fino a prova contraria.
Non ero
bello al momento della nascita, neanche dopo. Per trovare una mia foto decente
bisogna arrivare al quinto sesto mese. Col tempo, senza dubbio, sono
migliorato: ora sono veramente bello, anche se un po’ sovrappeso.
A dodici
mesi dalla nascita ho compiuto un anno. Facendo un calcolo ad occhio e croce
doveva essere il 4 luglio 1977. Già ad un anno avevo la faccia simpatica,
rotonda, lunare. Già ad un anno ero goloso. Ho una fotografia dove ci sono io
con le dita affondate sulla torta e la faccia imbrattata di un misto di
cioccolata e panna.
Mi hanno
raccontato che all’età di un anno ero un grande amante del girello. Un giorno
ho deciso di scendere le scale con l’ausilio del mio girello. Chissà
perché quando si è così piccoli si fanno
cose così strane. Conosco un bambino che si è precipitato dal seggiolone. Mia moglie
da piccola faceva dondolare il passeggino alla velocità di una centrifuga. Mia
sorella minore a pochi mesi si è appallottolata nel porte-enfant (ma quella era
colpa di mio fratello maggiore). Troppe botte alla testa si ricevono da
piccoli. Forse è questo il motivo dell’eccesso di pazzia che riscontriamo oggi
nella società. Io avrei una proposta per migliorare il mondo: girello con
airbag, passeggino con cinture di sicurezza, porte-enfant con barre antiurto
(magari anche con il condizionatore di serie), e seggiolini con rete di
protezione per trapezisti da circo.
In seguito
ho compiuto due anni, era sempre il 4 luglio, ma del ’78. Visto che il giorno
della nascita è stranamente coinciso con la data dei due primi compleanni, è
stato decretato di festeggiarmi ogni anno il 4 luglio.
In seguito ho
compiuto tre anni, praticamente un anno dopo. Di questo periodo non ricordo
molto, eccetto qualche particolare riguardante i miei bisogni corporei, per
nulla piacevole da raccontare.
A quattro
anni e un mese e sette giorni è nato mio fratello minore. Quante botte gli ho
dato! Ma non ero geloso. Ricordo che gli tiravo i chiarissimi capelli biondi,
ma non ero geloso. Lo facevo piangere e scappavo in un’altra stanza; comunque
non ero affatto geloso. Lui però si è vendicato e ha distrutto tutti i giocattoli:
alcuni li ha demoliti, altri li ha gettati dal balcone (quarto piano!), di
altri si è impossessato senza una richiesta di riscatto.
A quattro
anni è iniziata la mia carriera sentimentale, o forse a tre. Già all’asilo
dalle suore avevo la fidanzatina e palesavo gli evidenti segni
dell’innamoramento. Soffrivo quando non la vedevo, non mangiavo più le uova di
cioccolata, dimenticavo i miei effetti personali, come piccole sculture di
plastichina o robot giocattolo, la sognavo la notte prima di fare la pipì a letto.
Che ci volete fare, sono stato sempre precoce! Pensate che a cinque anni ero a
scuola, ho fatto la primina.
Il primo
giorno di scuola ho pianto; ufficialmente perché non volevo distaccarmi da mia
madre.
Anche mio
fratello più grande ha pianto il primo giorno di scuola. Mio fratello minore e
la mia sorellina hanno pianto il primo giorno di scuola. I miei cugini
altrettanto. I compagnetti del cortile si facevano forti, ma pure loro hanno
pianto il primo giorno d scuola. C’è qualche cosa che non va nel primo giorno
di scuola. Bisognerebbe abolirlo e iniziare dal secondo. Se non si riuscirà a
fare ciò, quando avrò un figlio gli scriverò la giustificazione per l’assenza
del primo giorno e gli farò frequentare la scuola dal secondo giorno. Così gli
eviterò il consueto trauma.
A sei anni
ho dovuto mettere gli occhiali, due fondi di bottiglia di dimensioni
sproporzionate rispetto alla mia faccia. Dicono che non ci vedevo nulla.
A sette
anni facevo la terza elementare e avevo sviluppato una pessima grafia; un risultato
soddisfacente, visto che adesso scrivo peggio che da piccolo. Poi sono entrato
negli scout e con questa iscrizione è iniziata la mia stagione di imitazione
del fratello maggiore. Solo che a otto anni è subentrata una sindrome di
abbandono. Non volevo fare un passo senza i miei genitori. Niente, neanche
andare a scuola. I miei mi hanno portato da uno psicologo. Ha posto due domande
a me, due domande a loro e tre parole ha detto lui: 80.000 lire. Ho sbagliato
tutto, dovevo studiare psicologia.
A ridosso
dei nove anni è iniziata timidamente la mia carriera artistica: ho composto una
ingenua poesia pacifista contro la Guerra Fredda. Non so perché ho cominciato a
scrivere così d’improvviso, forse perché tutti gli artisti sono un po’ depressi
o affetti da qualche turba psichica. La cosa peggiore è che poi mi sono
convinto di essere un minipoeta. Producevo rime a bizzeffe, riempivo i miei
scritti di improbabili parole tronche per dare un sapore più arcaico e più
colto, condivo il tutto con un sano autobiografismo fanciullesco.
Successivamente
ho scoperto la musica, tra i nove e i dieci anni. Conoscevo da prima la note,
insegnatemi da mio padre sul vecchio pianoforte di casa. Dopo però sono stato
attratto da una passione smisurata per la chitarra. Ho imparato facilmente lo
strumento, con piacere, direi con avidità. Nei mesi seguenti sono iniziate le
mie prime esibizioni pubbliche. Ero considerato un bambino prodigio. L’apice
del mio successo l’ho raggiunto ad una festa per dilettanti in un villaggio
turistico. Sembravo un cantautore in versione tascabile. In poco tempo sono
diventato il fiore all’occhiello dei miei genitori. La chitarra era la mia
protesi.
Eravamo a
cena da amici: “E prendi la chitarra!”.
Venivano
gli amici a cena da noi: “E suonaci una canzone”.
Andavamo in
campeggio: “E suona!”.
Non
andavamo in campeggio: “E suona lo stesso!”.
Nonostante
questa terrificante oppressione psicologica, il mio amore per la musica non si
è spento. Mi ha salvato un valido e ben coltivato esibizionismo.
La mia
carriera sentimentale ha avuto un’ulteriore svolta alle elementari. Mi piaceva
una bambina, non tanto bella per la verità; purtroppo di me si è innamorata
un’altra. È stato un amore impossibile sin dall’inizio, a partire dall’altezza.
Lei era circa venti centimetri più alta di me, io infatti ero il più basso
della classe. Avevo capito che l’avevo attratta con il mio fascino di bambino
intellettuale, però facevo l’indifferente e a tratti il galletto. Un giorno ha
deciso di dichiararsi. Mi ha regalato per San Valentino un pacchetto di
cioccolatini e mi ha scritto una letterina (tutti diminutivi). Io sono stato
preso dal panico, ho compreso che la cosa si stava facendo seria e le ho
restituito in malo modo il pacchetto. La lettera l’ho scoperta dopo, mentre
svolgevo i compiti per casa (ero eccezionale a fare le divisioni); l’aveva
inserita dentro lo zaino di nascosto. L’ho strappata in mille pezzi e ho
buttato la carta dal balcone. Una storia d’amore veramente triste!
Alle medie,
tra i dieci e gli undici anni, le mie attenzioni sentimentali si sono rivolte
verso un’altra ragazzina, come al solito molto più alta di me e completamente
irraggiungibile. Non era proprio amore, ma più che altro lo potrei definire
come prurito. Improvvisamente, insieme al sorgere microscopico di un po’ di
peluria in alcune parti del corpo, fino ad allora latenti, si generava uno
strano prurito. Purtroppo, nonostante quella passione fosse soltanto di natura
fisiologica, io ho sempre vissuto tutto in maniera molto romanzesca, seria e
drammatica.
A dodici anni finalmente ho trovato una
soluzione a quel singolare prurito. Mio padre, nutrendo qualche sospetto, mesi
dopo mi ha chiamato nel salone. Io ero su di una poltrona, lui sull’altra. Ha
parlato per diversi minuti sulla sessualità, lo sviluppo, il passaggio
all’adolescenza, la masturbazione. Io abbassavo la testa, presentando sul viso
un impercettibile sorriso. Comunque non del tutto impercettibile, se mio padre
successivamente si è bloccato: “Ma forse ti sono già successe queste cose!”.
Io ho risposto
un po’ imbarazzato, anche perché non volevo deludere mio padre, dopo che aveva
impiegato per me tutto quel tempo: “Veramente sì”.
“Ah!”, ha
risposto lui accennando una risata.
Potrei
definirmi un autodidatta.
Per quanto
riguarda la mia carriera artistica, a dodici anni ho composto la mia prima
canzone: titolo “A scuola non ci vo’ ”. Un testo senz’altro ispirato al trauma
del primo giorno di scuola. Anche mio fratello maggiore ha pianto il primo
giorno di scuola. I miei cugini altrettanto (ah vero, questa cosa l’abbiamo già
scritta sopra).
A tredici
anni ero già alle superiori. Sono diventato subito una star. Mi esibivo nei
quiz televisivi tra scuole cittadine, cantavo con un complesso (i Poker d’Assi,
per la cronaca) provocando grande scalpore nella critica locale, accentravo
l’attenzione su di me nelle feste di fine anno in classe.
Ho iniziato
a scrivere canzoni a ripetizione, m’immaginavo sui palchi di tutto il mondo e
intervistato su ogni emittente televisiva. Insomma deliravo; ma se non lo fai a
tredici o quattordici anni, quando lo devi fare? Se ti trattieni da questi
deliri fantasticheggianti, poi si ripresentano verso i sessant’anni con l’idea
di migliorare il paese tramite la politica.
A
quattordici anni ho intrapreso la via del teatro, che mi riusciva congeniale
proprio quanto la musica. Ho recitato ne “L’Onorevole” di Sciascia, sempre
grazie alla scuola. Nel frattempo i miei voti lievitavano in maniera
inversamente proporzionale al mio impegno nello studio. Ci sono insegnanti che
amano molto le attività extra scolastiche.
A
quattordici anni si è presentata anche la mia prima esperienza con i bambini,
per l’esattezza mia sorella che era nata un anno e mezzo prima.
Finita la
scuola, la mamma continuava a lavorare; mio fratello maggiore, sino ad allora
il tutore della sorellina, si era innamorato pazzamente e se ne andava al mare
a scoprire i primi baci; quindi io ho dovuto badare alla piccola. Quanto
mangiano i bambini di un anno e mezzo! E soprattutto quanto digeriscono! Al
ritorno mia madre trovava sistematicamente la sorellina con il pannolino
pulito, ma con evidenti difficoltà di deambulazione. In effetti il nastro
adesivo era stato applicato in maniera imperfetta, diciamo che era del tutto
storto. Pulire la cacca sì, ma non mi si può chiedere la perfezione, sono un
maldestro geneticamente immodificabile.
Cosa dire
poi dei quindici anni? Niente, è meglio non dire niente, che mia moglie è
ancora gelosa. Mi fermerei a descrivere l’emozioni di questo primo amore
adolescenziale, ma purtroppo sto scrivendo sotto tortura.
Nel
frattempo avevo iniziato a studiare pianoforte, in maniera più seria e
impegnativa rispetto alla chitarra. Dopo quattro mesi volevo smettere, perché
ho incontrato il primo pezzo di Bach, una vera tortura per il cervello. Bach bisogna
suonarlo in maniera evangelica: “Non sappia la tua destra ciò che fa la tua
sinistra”. È proprio vero, le mani dovevano andare per i fatti loro, ma, dopo
qualche battuta, per il nervosismo ti ritrovavi a prendere a pugni i tasti
d’avorio. Comunque, ho perseverato.
A quindici
anni ero già in grado di affascinare donne più grandi di me. C’è stata una
certa Antonella, o forse Donatella, no Rossella, ah sì Stella, o magari
Isabella, più certamente Macrina, che si è innamorata di me. Era sei anni più
grande, mi ha stretto la mano in lacrime molte volte, mi ha telefonato, lei
sognava una fuga d’amore di quelle che finiscono sui giornali, io invece
sognavo una soluzione diversa al mio prurito. Del resto a quindici anni! Niente
da fare, un altro amore finito nel nulla.
A sedici
anni ho ricominciato a scrivere poesie e bozzetti di racconti. Mi ero illuso di
fondare una nuova corrente poetica trasgressiva, dopo aver studiato il
Futurismo e il Dadaismo. Ormai pensavo alla cerimonia del Nobel davanti ai
regnanti di Svezia; certe fantasie di adolescente sono dure a morire!
Siamo
arrivati ai diciassette anni, un periodo fondamentale della mia vita. Mi sono
innamorato pazzamente di quella che poi è diventata mia moglie. È stata una
sensazione meravigliosa, unica, indescrivibile. Ho ripreso a scrivere canzoni
per lei, poesie d’amore a cadenza quotidiana, si è aperto un mondo nuovo
davanti a me. Chi è stato quell’idiota che ha detto che l’amore più perfetto è
quello in cui non si è ricambiati?
Io amavo ed
ero riamato. Io non mi sono mai dichiarato, lei non si è mai dichiarata,
semplicemente ci siamo amati, due amici che si sono innamorati. Ho compreso
subito che ci saremmo sposati, lei anche.
Io avevo
diciassette anni, lei ventitré. Ve l’ho detto che ci so fare con le donne più
grandi.
Dal punto
di vista artistico in quell’anno ho conseguito la licenza di teoria e
solfeggio. Nove mesi a studiare con il metronomo, note e notine senza senso,
chiavi, dettati, solfeggi cantati. Chissà perché quando studiavo musica si
svuotava la casa.
A
diciassette anni inoltre ho cambiato capigliatura: avevo la riga a sinistra,
l’ho spostata a destra, passando rigorosamente per un periodo transitorio al
centro. Sulla fronte mi è spuntato un ciuffo, o più che altro un onda che si
innalza naturalmente ogni giorno sulla mia testa. Sembrano cose banali, ma non
sapete quanto può servire ad un adolescente in cerca di autostima un taglio di
capelli diverso. Se mio figlio avrà dei problemi lo manderò dal barbiere. Una
soluzione più innocua, rispetto ai vari orecchini, buchi dolorosi in perfetto
stile tribale, o tatuaggi cancerogeni a prova di dermatite.
A diciotto anni mi sono diplomato (massimo dei voti) e poi
mi sono iscritto all’università. Tutti, genitori insegnanti bidelli barbieri
bottegai amici parenti varie ed eventuali, mi vedevano iscritto a qualche
seriosa facoltà scientifica, magari già con in mano una scoperta da ingegnere
nucleare. Io li ho spiazzati: lettere.
Avevo
deciso subito che all’università ci sarei stato poco, il tempo necessario per
laurearmi senza impoverire completamente le casse domestiche. In tre anni e
mezzo ho conseguito la laurea, sempre col massimo dei voti. Al momento della
proclamazione del voto si sono viste scene di una singolare intensità
espressiva: mia madre, come una novella Anna Magnani, si è gettata con le
braccia tese verso di me piangendo. È seguito un lungo abbraccio da goal di
finale del campionato del mondo.
Ma facciamo
un passo indietro. A diciannove anni studiavo all’università, ero innamorato
della mia ragazza e uscivamo tutti i giorni insieme, e facevo la bella vita.
A vent’anni
mi dedicavo ai mieti studi accademici, passavo una cospicua parte della mia
giornata insieme alla mia futura moglie e conducevo una vita serena e
divertente.
A ventuno
anni continuavo a dare esami alla facoltà di Lettere, amavo intensamente
Daniela e mi trastullavo con allegria.
Insomma per
tre anni ho fatto pressappoco sempre la stessa cosa, ma per allungare il brodo
basta usare in maniera opportuna dei sinonimi.
Dopo la
laurea ho passato un anno da felice e disoccupato. Il mio sogno si era mutato
nell’immagine del professore universitario. Volevo svolgere quella professione.
I professori universitari sono una categoria a parte, dove pochi sono quelli
bravi, molti quelli medi rubati alle scuole superiori, e abbastanza quelli
scarsi. Tanti professori universitari, a furia di studiare, hanno il cervello
atrofizzato, mancano di elasticità, gridano per un non nulla. I professori
universitari dicono che lavorano molto. Lo dicono e basta. Molti professori
universitari sono creativi: per i loro corsi monografici vanno a pescare gli
argomenti più singolari. Nel mio iter accademico ho studiato le parrocchie di
Caltanissetta, le recensioni di romanzi sconosciuti, i famosissimi poeti latini
del III secolo che a stento sono nominati nelle enciclopedie, le iscrizioni
delle lapidi romane e l’apparato critico di un anonimo autore bizantino; da ciò
ne ho dedotto che: il 30% di quello che studi all’università ti serve nella
vita, il 25% nella futura professione, il 55% è per la gioia dei docenti, per
la loro autocelebrazione e per renderti conto di come non si deve scrivere un
libro.
Sempre
nell’anno della laurea sono stato attratto dalla scrittura. Lei mi ronzava
attorno da tempo, fin da quando ero bambino, ma in quel periodo è stato come un
bagliore, un vero e proprio innamoramento.
Ho
cominciato a scrivere sui giornali e ho iniziato a creare dei racconti. È nato
così “Pentidattilo ed altre storie”, la mia prima raccolta pubblicata da un
editore locale. Un piccolo libro che però ha suscitato un grande scalpore. Alla
presentazione c’erano circa ottanta persone e quasi tutti hanno acquistato il
testo (basta possedere una famiglia numerosa e dire anticipatamente ai parenti
che non puoi regalare copie gratuite). Poi le vendite sono salite alle stelle,
oltre le 150 copie. Come prima uscita non è male, un vero best seller
condominiale.
Da allora
ho scritto altri tre libri (questo è il quarto), sono stato bocciato da
importanti case editrici, non ho vinto nessun concorso, tranne una menzione di
merito che non ho nemmeno ritirato. Si prospetta per me una carriera
promettente e la strada verso il Nobel è già intrapresa. Non è un problema di
gloria o di ricerca di successo, voglio vincere il Nobel per questioni economiche.
Danno un bel po’ di soldi al vincitore, e sapete, con l’abolizione delle
pensioni di anzianità, il debito pubblico, il calo della borsa, l’aumento dei
tassi d’interesse, il Nobel sarebbe un bel modo per avere una rendita in
vecchiaia e sposare tranquillamente i figli.
A ventitré
anni ho iniziato a lavorare come insegnante e da allora ogni cosa è stata fatta
in funzione del matrimonio, che è arrivato l’anno dopo.
Non mi
dilungo sull’aspetto sentimentale dell’evento, che senz’altro per me è stato fondamentale
e grandioso, ma su alcune considerazioni di ordine pratico, su alcuni vantaggi
che la vita matrimoniale ti dà.
Innanzitutto
le mutande. Nella casa paterna eravamo quattro maschi compreso mio padre. Gli
slip (e un po’ più fine) erano messi tutti in comune, in un cassetto, ma le
stazze fisiche erano molto diverse. Le povere mutande subivano ogni giorno dei
traumi fisiologici, prima sformandosi, poi stringendosi in lavatrice, in
seguito asportate dell’elastico. Insomma, era una lotta quotidiana a chi si
accaparrava le mutande migliori. Mio padre era arrivato addirittura a
nasconderle in mezzo alle sue carte, per sottrarle alla furia dei figli. La
stessa pratica subivano i calzini e saltuariamente i pigiami.
Quando mi
sono sposato non riuscivo a credere ai miei occhi: avevo dodici paia di mutande
tutte mie, dodici paia di calzini di tutti i colori solo miei, e pigiami a
volontà.
Un altro
vantaggio è il letto matrimoniale, non che a casa mia da signorino stavo male,
però io credo di essere nato per il letto matrimoniale. C’è un feeling, una
attrazione reciproca, io e il letto entriamo facilmente in simbiosi.
Altri
vantaggi: ho risolto il problema del prurito definitivamente, possiedo più
libertà, non c’è nessun fratello che mi ruba le magliette o nessuna sorella che
mi ruba la cioccolata, posso mangiare le torte che cucina mia moglie senza
inscenare lotte per la sopravvivenza con i miei coabitanti.
Adesso ho
venticinque anni, continuo a scrivere con passione anche se un po’
saltuariamente. Sono stimato per questo dai miei colleghi. Al corso abilitante
ho redatto un’introduzione alla relazione finale, che è risultata veramente un
gioiello. Ho ricevuto pure un caloroso complimento dall’insegnante tutor:
“Queste pagine sono fatte proprio bene, sono di un altro stampo rispetto a
quelle dei tuoi colleghi. Quindi, questa introduzione o te l’ha scritta
qualcuno o l’hai copiata da un libro”.
Sul momento
mi sono arrabbiato, ma poi ho pensato “prima o poi me lo toglierò questo
sassolino dalla scarpa”. Ecco, ora me lo sono tolto.
È il
momento di mettere la parola fine. Mi chiamo Maurizio Colucci, non ho mai
copiato neanche all’esame di terza media, amo mia moglie alla follia, vorrei
tanto dei figli da lei, sono un credente, l’incontro con Dio è la cosa più
importante della mia vita, mi piace molto essere insegnante.
E
soprattutto amo scrivere.
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