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domenica 12 gennaio 2014

Battesimo

I

Come è scesa la parola su di te,
Giovanni, voce nel deserto?
Come è successo che i versi di Isaia
siano diventati in te
Spirito e visione?
Cosa ti spinge tra le rocce aride
a digiunare e gridare,
senza paura,
in faccia a re e soldati,
a sacerdoti e farisei?
Di cosa parli quando annunci
di sposi e amici,
di fuoco e punizioni,
di sandali,
e di un uomo più grande di te?
Di nuovo nel deserto
Dio prepara il suo popolo,
lo alleva con profezie e penitenze,
come in un nuovo esodo,
attraverso il Giordano,
confessando ogni colpa.


II

Giunge a piedi dalla Galilea
un falegname giovane,
un uomo come gli altri,
confuso nella folla
che calpesta rumorosamente
la terra secca
sulle sponde del Giordano.
Il seme nascosto
adesso germoglia.
La notte è finita,
incede l’aurora.
Il Patto Antico,
la Legge e i Profeti
si fermano davanti ai passi
del Figlio dell’Uomo.
L’Agnello senza macchia
inizia il suo percorso
camminando con gli altri peccatori,
in mezzo alle debolezze,
sente i loro lamenti,
le loro speranze,
i loro piedi doloranti,
le preghiere e la piccola fede,
i fallimenti e gli affetti protetti.
Inizia l’ora,
uomo tra gli uomini.


III

Giovanni, il battezzatore,
si ferma un istante,
alza lo sguardo:
tra i penitenti scorge
lineamenti conosciuti,
gli ricordano un ragazzo,
quel parente della Galilea
con cui giocava insieme
nei pomeriggi di festa
a Gerusalemme.
Prima ancora di tutti
vede il Cielo aperto su di lui,
lo Spirito dei profeti
gli indica con certezza
il Regno che viene.
La sua mente non comprende,
combatte con la logica di Dio,
“perché vieni da me?”.
L’annientamento,
l’abbassamento del Figlio
che si lascia trattare da peccato
sovverte pure i pensieri
del Profeta del Deserto.
S’immerge nell’acqua Gesù,
non si attarda,
la sua preghiera spalanca i cieli,
scuote la voce del Padre,
manifesta lo Spirito presente.
È aperta la via verso Dio.


IV

Giovanni, unisci alla tua
le nostre deboli voci.
Gridiamo anche noi nei deserti di oggi,
luoghi privati di vita,
aride steppe di morte.
Diminuiamo, insieme a te,
il nostro orgoglio, le nostre parole,
la nostra roboante inutile sapienza,
diminuiamo con il nostro spietato
desiderio di affermazione.
Diminuiamo insieme a te,
perché è bene che Lui cresca,
sempre più, sempre più…



Maurizio Colucci

domenica 29 settembre 2013

Essere Non

Fossero maschere pirandelliane
avrebbero almeno nella forma
qualche forma di vita.
Mi si chiede il soggetto, probabilmente,
ma non sono soggetti.
Nell’incipit di ogni frase dell’esistenza
si nascondono, dissimulano in eterno,
per deformazione genetica,
privi di qualsivoglia identità,
anche costruita, persino clonata.
Ruderi e macerie di persone,
trascinati dal fiume.
Non sono essere e nemmeno non essere.
Sono essere non,
come una sorta di antimateria
che vuole trascinarci in un burocratico

buco nero.

giovedì 4 aprile 2013

Quando lo Spirito arriva


Quando lo Spirito arriva,

come il venticello di Elia,

puoi coprirti il volto,

accorgerti di Lui con un sorriso.

Lo Spirito giunge durante le pause,

anche brevi, minuti, attimi,

riaffiora, emerge,

e l’anima vibra, suona.

Lo Spirito arriva

e ti ricorda l’amore,

un amore più forte di ogni cosa,

d’improvviso non hai bisogno di nulla,

amore più forte della morte.

Certe volte si avvicina senza preghiera,

solo un’invocazione remota,

il respiro dell’esistenza,

risposta ad orazioni dimenticate,

ma non presso Dio, non dalle sue orecchie.

Giunge allora lo Spirito,

sempre invocato e sempre presente,

dai quattro venti

e dal cuore di Cristo,

dalle profondità di Dio

o dal sigillo immortale dell’uomo.

Allora la bocca si apre alla gioia

perché vedi il senso nelle cose

e provvidenza nella storia

e negli uomini semi d’eternità.

Giunge lo Spirito

e lascia sulle labbra e nel cuore

il gusto di Dio.

 
Maurizio Colucci

giovedì 14 febbraio 2013

Quaranta


Come una vecchia canzone

napoletana, allegra e festosa,

passerò in rassegna gli ingredienti,

quaranta,

una perla per volta,

raccolte attorno al filo

della mia semplice poesia.

Uno, bellezza che salta agli occhi

tranquilla, impasto di mare freddo,

scogli vivi e colline dal sole baciate.

Due, capelli dono del mediterraneo arabo.

Tre, occhi, luci grandi e profonde,

strappati in eredità dal figlio.

Voce giovane, dolce e sottile,

risuona come flauto nell’aria.

Voce forte, potente e impetuosa,

armonici come onda di risacca.

Parola, pronta e accurata,

acutezza, sguardo che penetra,

testardaggine, ostinazione, fermezza,

come un canna di bambù

spesso incrinata e mai spezzata.

Fierezza, orgoglio, dignità,

pienamente donna e madre,

naturale eleganza senza sfarzo,

femminilità che fa innamorare.

Venti, pazienza laboriosa,

fatica, ansia, empatia.

Fede provata, preghiera libera,

pudore innato, speranza tormentata.

Gioiosi slanci improvvisi

e piedi ben saldi a terra,

sempre vigile come orsa sui cuccioli.

Trentuno è l’amore incondizionato

e geloso che mi accompagna

sin dentro i cromosomi.

Intelligenza fervida, passione culturale,

felice curiosità che sa e conosce.

Trentacinque è la perla della saggezza,

trentasei, amore per la vita,

e poi timidezza che nasconde,

commozione che l’interno svela,

tenacia fino alla rabbia.

E quaranta, perla che chiude

come gancio la collana,

c’è la famiglia, la sua missione generosa,

il nido dono,

luogo della nostra poesia

fatta di rumori e ritmi uguali,

di progetti non realizzati

e di sogni vissuti,

spazio della nostra vita al quale,

Daniela,

continui instancabile a dare forma.

 

GRAZIE     22-6-2010

 

Maurizio

mercoledì 26 dicembre 2012

Non c’è più un amore più grande?


Non esiste più un amore più grande?
Non c’è più la sua forza,
la sua potente attrazione,
il suo muro di granito incrollabile?
Sembra non essere,
oppure è ridotto a luce fioca,
ad elettrocalamita scarica,
a debole sole artico.
Non c’è più un amore più grande?
Che porta a fare scelte ferme,
che si brucia nel sacrificio
e rinasce più duro del bronzo,
che risana realmente la vita,
che cura la malattia,
che libera l’esistenza
dalla dittatura del bisogno,
che instilla gocce d’eterno,
che illumina gli errori lungo la strada
non schiacciandoti sotto il peso della colpa,
che finalmente sai chi sei,
circondato dall’oscurità
in attesa di un abbraccio
per essere cinto dalle uniche braccia vere?
Dove sei, Amore più grande?
Irrompi, invadi, travalica.
Ci hanno detto falsità
e il veleno ha intossicato la coscienza
fin nel profondo dell’io,
che crede di sapere
e pensa bugie ben raccontate.
Ancora una volta,
Dio Amore,
svelaci l’inganno
e facci sentire il tuo cuore che batte.

Maurizio Colucci 

sabato 7 aprile 2012

Nel giardino di Gerusalemme

I

Prestami i tuoi occhi,

cicala di Gerusalemme,

che vivi nel giardino dei sepolcri,

sepolcri dei ricchi,

illusione che la morte sia più bella.

Prestami i tuoi occhi,

che io veda l’alba di Pasqua,

primavera del mondo.

Muta cicala,

sfuggita alle Scritture Sacre,

interrompendo il canto notturno

hai visto infrangersi il confine,

il duello tra morte e vita,

la pietra rotolare via.

Per un attimo i tuoi occhi,

piccoli,

aiutino la piccola fede dell’uomo.





II

Dove sei stato Figlio di Dio,

Signore Crocifisso?

Chi ha piegato il sudario

in un anfratto della tomba?

Dove è andata l’anima immortale,

schiacciata dal frantoio del Getsemani?

Una luce è brillata nello Sheol,

continua il viaggio del Messia;

Zabulon, Neftali,

la Decapoli, la via del mare,

e poi il carcere della morte,

prigione degli inferi,

dove sospirano nella fede

gli amici di Dio.

La luce brilla nello Sheol,

il terremoto della Croce

frantuma le viscere della terra,

scuote le mura eterne

più possenti delle difese di Gerico.

Le legioni angeliche

nascoste e inermi

nella notte in mezzo agli ulivi,

adesso accompagnano il Nuovo Adamo,

come i sacerdoti israeliti

con le trombe attorno all’Arca.

L’Alleluia sgretola le pietre,

libera i patriarchi,

l’urlo di vittoria

spaventa i demoni ribelli,

figli di Lucifero invidioso.





III

“Al terzo giorno…”,

la Madre ricorda tutte le parole del Figlio,

le trattiene nel cuore

e nella notte del più lungo sabato

quella frase risuona ancora

tra le lacrime.

Insonnia fatta di preghiera,

“Abbà, Abbà!”,

come ha imparato dalla sua bocca,

come i balbettii del piccolo Gesù,

che la Madre con cura

trasformava in parole.

“All’aurora ti cerco,

o Dio,

mostrami il tuo volto,

che io non scenda nella fossa,

la tua fedeltà…

come avevi promesso…”.

La preghiera si fa pianto,

il pianto mani giunte,

esili, stanche,

ossa ricoperte da pelle sofferta.

Finché una mano si fa vicina,

conosciuta, sulla spalla,

stringe piano,

come se le dita parlassero.

“Al terzo giorno!”,

grida Maria,

“All’aurora del Terzo giorno,

come avevi promesso, figlio mio,

mio Signore”.

Nell’alba di Pasqua,

stava la Madre

abbracciata al Figlio.

Nelle sue magre braccia di donna

l’umanità riabbracciava Dio.





IV

Prestami i tuoi occhi,

cicala di Gerusalemme,

che vivi nei giardini dei morti,

e fammi vedere

l’Angelo scagliarsi dal cielo

come saetta potente,

le guardie aver paura,

il passo delle donne meste

con in mano unguenti odorosi,

la pietra del sepolcro

per un attimo toccata dal soffio di vita,

la Ruah che apre le porte della morte.

Fammi vedere la corsa degli Apostoli,

quella rapida e nervosa del giovane,

e quella lenta e incredula del capo.

Il fiume calmo e invincibile di Natura

ferma la sua corrente

davanti al corpo del Figlio di Dio.

Si capovolge il mondo:

la tomba diventa letto,

dal lutto nasce il sorriso,

il primo giorno diventa l’ultimo,

nella sconfitta appare la vittoria.

Gesù di Nazaret,

noi siamo ancora moribondi

dietro la pietra.

Facci alzare con te

ed uscire fuori nel mattino di Pasqua

a respirare la rugiada

del giardino di Gerusalemme.

domenica 1 aprile 2012

LA PERLA DI GRAN VALORE

“Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra”. (Vangelo di Matteo 13, 45-46)


I



Quando il Mercante decise di partire

nessuno notò qualcosa di nuovo,

nessuno si accorse della smania dei suoi occhi,

della tenace malinconia

che gli faceva serrare le labbra in una smorfia.

Il Mercante,

uomo scaltro a caccia di perle,

uomo furbo, tarchiato da natura,

sempre in cerca,

mai sazio,

brama incarnata nel sorriso beffardo.

La fatica,

solo dettaglio del guadagno.











II



Paesi stranieri, rive affollate,

barche squarciate e puzzo di pesce,

sandali che poggiano su viscido e fanghiglia,

per trattare, ritrattare, contrattare,

perdere e poi guadagnare,

avidità ritratta nel sorriso beffardo.

Ma l’inquieta sera l’attende,

come ogni sera,

insoddisfazione operante

nel simbolo concreto di una perla,

quella di gran valore,

forse leggenda, diceria,

ma nelle notti umide sul mar Rosso

non più miraggio.

I racconti diventano sempre più reali,

uomini col turbante sgranano gli occhi,

descrivono, quasi saltano,

come narratori di favole:

“La perla di gran valore,

la più bella di tutte,

figlia del Mar Rosso e dell’Oceano…”.

Il Mercante ride e mastica,

ostriche vive torturate dall’abile coltello,

e si stordisce con il fruscio metallico

del sacchetto alla cintura.











III



Tra gli scogli spigolosi,

nel bagnasciuga melmoso,

tira le reti semivuote

il pescatore strano,

il Galileo ebreo, amante dei proverbi.

Il Mercante lo guarda,

lo conosce,

chiede una massima per la giornata

e gli acquista qualche abbozzo di corallo.

Ma quella mattina nuvolosa,

vento d’oriente e pioggia marina,

vede nelle reti del Galileo

avvinta da un grumo di alghe

la perla di gran valore,

figlia del Mar Rosso e dell’Oceano,

non più miraggio, non più racconto,

non più favola per anonimi cantastorie etiopi.

“L’ho trovata! Esiste!”,

le mani del Mercante

sporche di alghe e sabbia

allargano le maglie della rete.

Il pescatore lo ferma,

afferra la perla con delicate dita,

pollice e indice come uno scrigno,

“Tutto quello che hai, Mercante, tutto!”.













IV



Germe di follia s’inoltra nella mente,

il Mercante pazzo,

la gente lo addita,

il Mercante non più mercante,

prende tutto, perle, scrigni,

monete d’oro e argento,

gioielli, tessuti preziosi,

casa e terra,

cammelli e cavalli,

vende tutto, ogni cosa,

ed acquista la sua perla,

di gran valore.

Il pescatore Galileo è ormai sparito,

il Mercante e la sua perla,

stretti insieme in una spiaggia,

canne e legna come mura

che lambiscono le onde.

“Adesso ho tutto”, grida ai passanti,

canta i proverbi del pescatore Galileo

e la gente sorride, contagiata dalla follia.











V



“Guarda, figlio mio,

quello lì è il mercante pazzo,

paradosso dell’amore,

ha venduto la sua vita

e adesso vive, adesso canta.

Con la sua perla stretta in mano

varca i confini della morte,

con occhi finalmente lieti”.