I
Le ultime cose nella bisaccia,
anche qualche attrezzo di lavoro
portato in viaggio per prudenza,
la sella appoggiata al dorso dell’asino
qualche parola bisbigliata all’orecchio
della bestia, sorridendo, accarezzando,
con mano consumata e virile.
Inquietudine nella mente di Giuseppe,
la paura di aver creduto ad un sogno,
in una notte tutta l’attesa d’Israele
lo raggiunge, falegname, giusto,
innamorato, deluso e arrabbiato,
confuso dalla purezza di Maria.
Eppure lo spirito di Abramo,
la fede del Padre dei popoli,
lo visita all’alba e gli fa pronunciare
un semplice e deciso amen.
II
Arriva sempre un momento
nella mente del re di superbia pensante
di contare gli uomini del regno
come fossero cosa propria,
come fosse lui Dio,
di appoggiare il potere
(che cede al tempo e alla morte)
sulle folle adoranti.
Cesare Augusto, l’uomo dio di Roma,
ordina il censimento di tutta la terra,
ignaro che alla periferia dell’Impero,
oltre il mare e le isole greche,
giunge il seme di un Regno che non tramonta.
Gli zoccoli dell’asino ritmano il passo di Giuseppe,
strette in pugno le briglie,
e ad ogni sobbalzo del terreno
guarda Maria ormai pronta al parto.
Della stirpe di Davide resta solo un nome,
un elenco in mano agli scribi di Betlemme,
un villaggio sconosciuto al falegname,
terra benedetta dalla nascita
del Germoglio di Iesse.
Bussa ad ogni porta la mano di Giuseppe,
promette in cambio lavoro
e dritte assi di legno,
ma riceve solo no e sguardi sospetti
sul ventre di Maria.
Finché un uomo, mosso a pietà
dai sussurri degli angeli,
offre loro una stalla,
la domus aurea del Re dei re,
riscaldata dal fiato di un bue mansueto.
III
“Esci Giuseppe”,
l’unico ordine di Maria,
ispirato dalla legge d’Israele.
la donna partorisce sola,
con il suo dolore e la maledizione di Eva.
L’uomo non può vedere,
non può aiutare,
un altro amen e Giuseppe è fuori
a pregare l’angelo del suo sogno.
Ma la promessa precede il castigo,
la parola di Dio risuonata nell’Eden,
l’ira dell’Onnipotente sul serpente che striscia,
raggiunge la stalla di Betlemme,
tutto terribilmente e miseramente umano,
tranne il peccato e il suo veleno.
Il castigo non raggiunge Maria,
salvata ab aeterno,
redenta dal pensiero di Dio
il giorno stesso della Caduta.
E il Verbo si fa carne,
tutti i secoli si affacciano attoniti
sull’istante,
l’eterno si fa storia.
“Figlio mio, figlio Gesù”,
Maria lo mostra a Giuseppe,
“Figlio del mistero, figlio della promessa,
figlio che dovrò donare,
figlio che dovrò lasciare,
figlio che abbraccio sotto l’ombra di Dio,
figlio grande e potente,
bambino nato per noi
piccoli e poveri di Jahvè,
figlio che hai squarciato i cieli”,
dice Giuseppe,
“figlio germogliato dalla terra”.
IV
La scala di Giacobbe
percorsa dai piedi degli angeli
appare nella campagna fuori Betlemme
davanti ai pastori di pecore nere.
Grande luce, grande gioia,
canto, annuncio, gloria in excelsis,
i prediletti dai tempi raggiungono la stalla,
camminano spediti
trascinati dallo stupore.
Nella casa tra la paglia
non c’è visione, né teofania,
nessuna estasi, nessun angelico oracolo.
Il Salvatore, il Re pastore
sta nella mangiatoria del bue,
la madre accanto a lui,
Giuseppe ritto in piedi,
come i vegliardi del profeta Daniele,
mostra al popolo la salvezza che viene.
Lo Spirito della nuova creazione
istilla fede negli occhi degli umili,
gli uomini di Betlemme,
casa del pane,
adorano il Pane disceso dal Cielo.
complimenti Maurizio, come sempre è splendido...sembra di rivivere il Grande miracolo della nascita di Gesù...Bellissimo!!!
RispondiEliminaTi invito davvero a farne una raccolta come per gli altri da te pubblicati...sarei la prima a comprarli e a regalarli ...BRAVO!
intanto abbiamo scoperto che l'anonimo è un'anonima.....
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