giovedì 24 ottobre 2024

LA STANZA DI TORTURA (Racconto dell’orrore di Maurizio Colucci)

La luce nella stanza era fastidiosa, fredda e bianca, forse troppa.
Lei, la vittima, era adagiata su una specie di poltrona medica, inizialmente comoda, ma a poco a poco stare lì semisdraiati aveva un non so che di disagevole, tanto che la vittima certe volte provava a fare micromovimenti con la schiena per trovare sprazzi di sollievo.
L'aguzzina la sovrastava, in piedi, non crudele, avresti detto "professionale", e maneggiava i suoi strumenti con una apparente indifferenza. Come se fosse lì per fare altro. Come se non fosse lì per torturare la sua vittima.
Tempo poco la stanza bianca si riempì di rumori strani, anch'essi fastidiosi e innaturali come la luce; c'era pure un'altra persona, una specie di assistente dell'aguzzina, le passava silenziosa tutti gli strumenti di tortura.
La vittima cercava di capire qualcosa dagli odori, un misto di cloro, disinfettante, un pulito disumano, che la turbava ancora di più.
Tempo poco cominciò a esserci sangue, dolore, grida, soffocate però, perché l'aguzzina trafficava dentro la bocca della vittima, la costringeva a tenerla aperta, spalancata, e poi senza pietà, ma anche senza manifesta crudeltà, infieriva su di lei.
I dolori erano intermittenti, ma acuti, potevi vedere le mani della vittima stringere i braccioli di plastica della poltrona; se fosse stata senza scarpe, avresti visto i suoi piedi contratti, con spasmi tendenti ad allargare le dita. Ancora sangue, ancora urli soffocati in gola, sputi, saliva, conati di vomito e le battute ironiche dell'aguzzina: "Ci siamo comportati male... Era tanto tempo che l'aspettavo, ma ora la sistemo io".
Avrebbe potuto tapparle il naso e farla finita, ma per un sottile sadismo la lasciava respirare dalle narici. Addirittura le dava attimi di tregua... Ma poi riprendeva ancora, più decisa di prima a farle male, più rapida, più sarcastica, con quel campionario di frasette, come se fosse una maestrina pronta a punire l'allieva indisciplinata.
La vittima comunque non poteva parlare, non poteva dire nulla, solo spalancare gli occhi ad ogni piccola tortura chiedendo pietà. In realtà, più frequentemente li chiudeva gli occhi, perché era accecata da una luce diretta sul suo viso, stringeva le palpebre, tanto che nei momenti più intensi di sofferenza uscivano dagli angoli delle lacrime veloci. 
La vittima si dava la colpa di quella situazione, si era cacciata in quella stanza da sola, perché era andata con i suoi piedi? Non capiva il pericolo? Perché sfidare quelle atrocità? E perché, infine, subire sopruso su sopruso, dolore su dolore? Cosa aveva fatto di male? si chiedeva, mentre quella continuava a martoriarla con ogni mezzo. 
A un certo punto l'aguzzina si fermò. La vittima però pensò che fosse solo una delle sue pause tra una tortura e un'altra, quelle pause per darle un vano sollievo e poi riprendere ancora più duramente la punizione.
La guardò invece per qualche secondo in più, quasi accennando uno strano sorriso. 
"Bene, signora, abbiamo finito con la pulizia dei denti... Mi raccomando, da ripetere il prossimo anno!"

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