“Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: < Tu sei il re dei Giudei? >. Gesù rispose: < Dici questo da te oppure altri te l’hanno detto sul mio conto? >. Pilato rispose: < Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto? >. Rispose Gesù: < Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù >. Allora Pilato gli disse: < Dunque tu sei re? >. Rispose Gesù: < Tu lo dici, io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce >. Gli dice Pilato: < Che cos’è la verità? >”. (Vangelo secondo Giovanni 18, 33-38)
I
Il pavimento eternamente impolverato
dal terriccio eterno di Gerusalemme.
E quel vento di primavera
che non tace mai,
il vento di Nicodemo,
che trapassa il Monte degli Ulivi
e penetra negli incensieri del Tempio,
disturba i mantelli dei soldati
fino a salire al palazzo del Governatore,
carico di polvere e confusione
della città.
Sandali sul terriccio
di fronte a piedi nudi stanchi
e sporchi di sangue.
L’uomo in sandali,
Dio a piedi nudi.
Il potere in sandali,
l’Uomo a piedi nudi.
La forza in sandali,
il vinto a piedi nudi.
II
Che cos’è la verità?
La domanda uscita fuori
come fiotto di sangue.
Domanda di filosofo
e non di soldato.
Ed io sono soldato,
governatore per condanna,
condanna dell’ambizione,
del potere,
esiliato volontariamente in questa terra
per avere un nome.
Ed oggi,
gli occhi comuni di un condannato comune,
un sognatore che vaneggia,
padri e angeli sulla sua bocca,
innocente, pazzo innocente,
poliglotta,
quasi muto,
parla piano
il latino della Siria.
E il pensiero s’inoltra nell’emicrania mattutina,
pensiero e non ordine militare,
esecuzione meccanica d’insensata volontà altrui.
III
Galilea, Giudea,
terre ribelli,
partoriscono profeti e veggenti,
latori di verità,
ognuno la sua,
ad ognuno un carro di fuoco
e ruote di elettro incandescente.
Ma la spada romana non ha fede,
crede nella marcia e nel diritto,
ordine latino sui popoli e sui re.
Gridino pure oracoli nel deserto
i cantori di apocalissi,
diano terrore e speranza alle masse schiacciate.
Alle casse dei governatori,
senza sosta,
un fiume di oro e monete.
Ma poi il profeta diventa Messia,
lo acclamano re,
e lui in silenzio
su una bestia da soma
sorride ai bambini.
“Il mio regno non è di questo mondo”.
Da dove proviene questo illuso monarca,
che guarda Pilato
senza paura negli occhi?
Non conosce il potere di Roma,
si prende gioco del potere della morte,
il flagellum non piega il suo capo,
l’amore per la verità
lo tiene ancora in piedi,
lo fa ancora parlare,
testimone caparbio,
mentre la spazzatura del mondo
gli precipita addosso.
IV
Notte fastidiosa,
alba rumorosa,
sonni mattutini agitati
da sogni mattutini di cattivo augurio.
Anche mia moglie adesso veggente,
come se lo spirito di quei battisti
sul Giordano
ascendesse impetuoso fino a Gerusalemme.
I soldati si tolgono l’elmo di fronte al Tempio,
gli esattori lasciano gli illeciti guadagni,
i centurioni vaneggiano di guarigioni
e di messia.
Ed io?
Una forza sovrumana pure su di me?
Una mano oscura
mi afferra la gola,
mi stringe le tempie,
mi tiene le palpebre aperte
di fronte a questo ennesimo cristo.
Lo vogliono morto,
crocifisso,
assolvono le labbra untuose
pronunciando il nome di Cesare.
Innocente crocifisso,
per pulirsi poi le mani
sulla mia tunica.
V
Eppure ci dai voce,
Governatore della Giudea.
Nella tua domanda
al condannato innocente,
alla pecora muta,
al Figlio di Dio,
c’è tutta la sete dei figli ciechi,
dei vagabondi al buio.
“Quid est veritas?”
rimbalza di secolo in secolo
e raggiunge ogni antro del pensiero umano.
Nella polvere di Gerusalemme,
nell’atrio del Governatore Pilato,
nell’alba di un venerdì,
a piedi nudi,
in silenzio,
è entrata la Verità.
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