Chi partecipa alla messa domenicale da un po’ di tempo avrà notato che sull’altare, accanto al sacerdote, è presente una figura nuova, alla quale non siamo abituati: il diacono, questo illustre sconosciuto, potremmo affermare. È facilmente riconoscibile perché i paramenti liturgici che veste sono diversi da quelli del sacerdote. La stola, ad esempio, non è indossata sulle spalle come siamo soliti vedere, ma obliquamente, simile alla fascia dei sindaci. Per la maggior parte dei praticanti i diaconi sono come dei “mezzi preti”, dei quasi parroci, dei sacerdoti che possono avere la moglie. Tale concezione è basata su idee superficiali, che poco colgono la novità apportata dal Concilio Vaticano II con la valorizzazione del diaconato permanente. L’istituzione dei diaconi ha origine nella Sacra Scrittura. Furono gli Apostoli a scegliere sette uomini, che si occupassero delle mense dei poveri e delle vedove, in modo che gli stessi Apostoli potessero meglio dedicarsi alla predicazione. Quindi i diaconi erano uomini che svolgevano un servizio di carità all’interno della prima comunità cristiana, ma li troviamo, sempre nella Bibbia, intenti anche a evangelizzare e compiere prodigi. Santo Stefano, il primo martire, era proprio un diacono, ucciso perché convertiva molte persone con la sua sapienza. In seguito quella del diacono divenne una figura istituzionale nella chiesa primitiva, tanto che l’apostolo Paolo dà ad essi molte raccomandazioni nelle sue lettere. Mentre il presbitero presiedeva in città la comunità cristiana, il diacono era incaricato della “implatatio ecclesiae”, cioè di fondare nuove comunità nelle zone più irraggiungibili. Proprio per questo nei primi secoli spesso i papi venivano scelti tra i diaconi, per il fatto che erano maggiormente conosciuti ai più. Conclusa la fase primitiva, nei secoli successivi la figura del diacono ha perso un po’ di valore a favore della figura del sacerdote. Così nel tempo il diaconato è diventato semplicemente un gradino al di sotto, prima di conseguire il sacerdozio. Come dicevano sopra, il Concilio ha rivalorizzato l’istituzione dei diaconi permanenti, chiarendo la teologia del sacramento dell’Ordine. Secondo la dottrina della Chiesa tale sacramento ha tre gradi: diaconato, presbiterato, episcopato; dunque i diaconi fanno parte a tutti gli effetti dell’ordine sacro, sottomessi insieme ai sacerdoti all’autorità del vescovo. Essi possono battezzare, amministrare la comunione, unire in matrimonio, benedire persone e oggetti, presiedere liturgie. Non possono consacrare, dire messa, confessare, amministrare l’unzione degli infermi, compiti spettanti solo al sacerdote e al vescovo. Ma il fattore liturgico è solo un aspetto marginale del diaconato. L’idea è quella di una chiesa formata da tante braccia, come nell’antichità. Il sacerdote è colui che amministra i sacramenti, funge da guida spirituale, mentre il diacono dovrebbe occuparsi di tutti i compiti riguardanti i servizi di carità, dall’amministrazione economica della parrocchia all’organizzazione delle varie attività, e specialmente ai compiti di evangelizzazione sul territorio; quasi come un raccordo tra la Chiesa e il mondo contemporaneo. Proprio per questo la Chiesa non impone ai diaconi permanenti l’obbligo del celibato (anche se non possono sposarsi più di una volta), perché anche la loro esperienza personale e professionale sia una talento da mettere a frutto per la diffusione del Vangelo. Quindi, non mezzi preti, ma uomini consacrati per portare Cristo tra la gente.
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