I
Prestami i tuoi occhi,
cicala di Gerusalemme,
che vivi nel giardino dei sepolcri,
sepolcri dei ricchi,
illusione che la morte sia più bella.
Prestami i tuoi occhi,
che io veda l’alba di Pasqua,
primavera del mondo.
Muta cicala,
sfuggita alle Scritture Sacre,
interrompendo il canto notturno
hai visto infrangersi il confine,
il duello tra morte e vita,
la pietra rotolare via.
Per un attimo i tuoi occhi,
piccoli,
aiutino la piccola fede dell’uomo.
II
Dove sei stato Figlio di Dio,
Signore Crocifisso?
Chi ha piegato il sudario
in un anfratto della tomba?
Dove è andata l’anima immortale,
schiacciata dal frantoio del Getsemani?
Una luce è brillata nello Sheol,
continua il viaggio del Messia;
Zabulon, Neftali,
e poi il carcere della morte,
prigione degli inferi,
dove sospirano nella fede
gli amici di Dio.
La luce brilla nello Sheol,
il terremoto della Croce
frantuma le viscere della terra,
scuote le mura eterne
più possenti delle difese di Gerico.
Le legioni angeliche
nascoste e inermi
nella notte in mezzo agli ulivi,
adesso accompagnano il Nuovo Adamo,
come i sacerdoti israeliti
con le trombe attorno all’Arca.
L’Alleluia sgretola le pietre,
libera i patriarchi,
l’urlo di vittoria
spaventa i demoni ribelli,
figli di Lucifero invidioso.
III
“Al terzo giorno…”,
le trattiene nel cuore
e nella notte del più lungo sabato
quella frase risuona ancora
tra le lacrime.
Insonnia fatta di preghiera,
“Abbà, Abbà!”,
come ha imparato dalla sua bocca,
come i balbettii del piccolo Gesù,
che la Madre con cura
trasformava in parole.
“All’aurora ti cerco,
o Dio,
mostrami il tuo volto,
che io non scenda nella fossa,
la tua fedeltà…
come avevi promesso…”.
La preghiera si fa pianto,
il pianto mani giunte,
esili, stanche,
ossa ricoperte da pelle sofferta.
Finché una mano si fa vicina,
conosciuta, sulla spalla,
stringe piano,
come se le dita parlassero.
“Al terzo giorno!”,
grida Maria,
“All’aurora del Terzo giorno,
come avevi promesso, figlio mio,
mio Signore”.
Nell’alba di Pasqua,
stava la Madre
abbracciata al Figlio.
Nelle sue magre braccia di donna
l’umanità riabbracciava Dio.
IV
Prestami i tuoi occhi,
cicala di Gerusalemme,
che vivi nei giardini dei morti,
e fammi vedere
l’Angelo scagliarsi dal cielo
come saetta potente,
le guardie aver paura,
il passo delle donne meste
con in mano unguenti odorosi,
la pietra del sepolcro
per un attimo toccata dal soffio di vita,
Fammi vedere la corsa degli Apostoli,
quella rapida e nervosa del giovane,
e quella lenta e incredula del capo.
Il fiume calmo e invincibile di Natura
ferma la sua corrente
davanti al corpo del Figlio di Dio.
Si capovolge il mondo:
la tomba diventa letto,
dal lutto nasce il sorriso,
il primo giorno diventa l’ultimo,
nella sconfitta appare la vittoria.
Gesù di Nazaret,
noi siamo ancora moribondi
dietro la pietra.
Facci alzare con te
ed uscire fuori nel mattino di Pasqua
a respirare la rugiada
del giardino di Gerusalemme.
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