L’estate volge al termine, forse
malinconicamente. Mi sia consentito allora di lasciare per un attimo le aspre
polemiche di politica locale e nazionale, e abbandonarmi con giovialità a
spropositati elogi. “Di cosa?”, direte voi, cari nostri lettori. Ma senza alcun
dubbio della Regina dell’estate messinese, di Colei che rallegra le nostre
mattine e rinfresca i nostri aridi pomeriggi, di Colei che rende più dolce la
spossatezza estiva e rinfoltisce di adipe le nostre carni stanche: la Granita Caffé con Panna (con
brioche, aggiungerei garbatamente in mezzo agli squilli di tromba acclamanti).
Sì, cari lettori, è bene effondersi in un giocoso quanto solenne elogio di
questa delizia della terra peloritana, di questo bene naturale e culturale, di
questo nettare divino che Scilla e Cariddi ci hanno concesso in eredità nei
secoli a venire. Non so come la gustiate voi, ma io eseguo un rito particolare,
quasi come un iniziato a realtà superiori ed arcane. Quale bontà, quale
dolcezza al palato! Quando la brioche, anzi, più precisamente il “cappello”
della brioche, guidato da una mano avida, accarezza con delicatezza la panna,
già i sensi avvertono un risveglio nuovo, inusitato; lo zucchero arriva subito
al cervello, sembrerebbe senza passare dallo stomaco, e ti dà il buon giorno, i
muscoli irrigiditi da una notte calda e sudaticcia riprendono vigore, le
pupille in mezzo agli occhi si allargano e si fanno inondare dalla luce. Un
morso, un altro morso, un altro ancora, finché il cappello viene del tutto
consumato da fauci voraci e ansiose. Poi è la volta del cucchiaino: inizia ad
affondare nel bicchiere di vetro, per creare la miscela magica, affonda la
panna nel caffé ghiacciato, e giù via, fino a quando il bianco candido scompare
assorbito, fagocitato dal marrone scuro del caffè, vigoroso e possente. Ancora un’altra
immersione del cucchiaino e la granita è pronta per il successivo assalto. Il
resto della brioche s’inabissa in quel mare color avana, denso, voluminoso,
cremoso, e si mangia, si gusta con un fare quasi infantile. Si ritorna
lattanti, bambini allegri, golosi, spensierati, che sorridono alla vita e la
mordono ad ogni pezzo di calda brioche. Ma è solo un attimo, una piccola
ebbrezza, una pausa paradisiaca, e il bicchiere appare quasi svuotato,
dimezzato, risucchiato. Ed è allora che giunge l’apice, il rito arriva al suo
culmine, il corpo e l’anima in un unico afflato vengono pervasi dalla Dolcezza
e dalla Freschezza messe insieme. Un sorso, due sorsi, poi come un unico
respiro e quella delizia di panna e caffé, ormai completamente liquida, pervade
ogni cosa passando attraverso le labbra. È solo un istante, ma fermo,
impassibile nello scorrere noioso e inesorabile del tempo. Bevi il caffé gelato
pervaso dalla panna dolce ed è come una scossa elettrica, che parte dall’alluce
e s’inoltra su fino all’ipofisi, dando nuova linfa vitale a tutto il
cervelletto. Posi il bicchiere e ringrazi Dio per il dono del caffé, per il
dono del latte, per aver consegnato agli uomini la ricetta della panna, per
aver messo nella mente dei Siciliani l’idea di sposare insieme in un matrimonio
glaciale panna e caffé, un vincolo indissolubile di squisitezza, che rallegra di
un po’ la vita di una città altrimenti troppo angustiata e amareggiata.
Maurizio Colucci
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