La notte arrivò a Gerusalemme silenziosa. In un colpo scacciò via tutti i tumulti e i traffici della grande città.
La notte arrivò a Gerusalemme stellata, macchiata da qualche nuvola e spinta da un vento d’oriente.
La notte arrivò a Gerusalemme con un cielo immobile, senza un raggio di luna, e nell’aria l’odore del fuoco delle torce e dell’incenso bruciato.
Quando arriva la notte a Gerusalemme sembra che la terra si concentri tutta lì, che Dio si riposi, che è notte in tutto il mondo.
Quando arriva la notte, Gerusalemme sembra davvero “Città della Pace”, sembra che gli eserciti si fermino, le armi romane come le scimitarre degli Arabi, le spade dei Crociati e le lance dei Turchi. Si zittiscono i cannoni degli Inglesi e i fucili dei Francesi. Il terrore della svastica sembra un nulla, i razzi che tagliano il cielo in due passano altrove e le aquile d’acciaio volano oltre le colline della Giudea. Anche i popoli sembrano non lanciarsi più pietre quando scende la notte a Gerusalemme.
Giungono le stelle e Dio per un attimo si ricorda ancora della “sua città”, e si ricorda di Abramo, si ricorda di Isacco, ma anche d’Ismaele; guarda dall’alto Giacobbe, ma non dimentica Esaù.
Apre gli occhi e vede suo Figlio ancora lì, sotto il cielo immobile della Santa Città, con le braccia allargate, che grida “Pace” e poi lo sussurra e poi si rassegna, piange, si commuove, strappato, diviso, dilaniato, proprio come le sue vesti, proprio come il suo corpo, proprio come la sua memoria in mezzo ai figli degli uomini.
Pace sulla Santa Città, pace sulla Terra Promessa, pace sotto il Golgota, perché “Lì è il Signore”.
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