I lieti giorni del Corona (11)
Diario semiserio
Vi giuro che ieri avrei voluto scrivere l’undicesima puntata di questo insolito diario. Mi ero messo di impegno, dopo avervi tediato con le spiegazioni paraletterarie sulla liceità dell’ironia e il suo uso in diversi contesti. Avevo buttato giù ormai le prime righe e avevo nella mente lo svolgimento dell’intero pezzo. Non avevo previsto che sarebbe subentrata lei. Lo sa che siamo a casa e non possiamo sfuggirle, sa bene che comunque qualcuno disponibile c’è, lei sa. È una macchina da conversazione telefonica, è un call center h24 concentrato in una sola persona, è una miniera infinita di argomenti. Lei è... mia madre! Ha telefonato mia madre ed è sparita la puntata di ieri del diario. Ha le sue ragioni, per carità; io non sono proprio il figlio modello, il figlio da chiamata quotidiana, devo essere continuamente sollecitato. Allora mia madre non si arrende, prova lei a telefonare, e ieri mi ha beccato nell’ora fatidica della ispirazione. Ho provato a resisterle un po’, ad essere multitasking, scrivere qualche altra parola mentre le annuivo tenendo il telefono incastrato tra l’orecchio e la spalla. Ho tentato qualche minuto, fino a quando non ho avvertito i segni di un torcicollo incipiente. Dunque, mi sono arreso ed ho affrontato la lunga discussione, come un naufrago stanco che si abbandona in balia delle onde (miiii… questa mi è venuta bene, me la devo segnare per quando scriverò un libro serio). Come dicevo sopra, mia madre è capace di argomenti infiniti. È come un enorme ipertesto, una pagina di internet piena di link, lei ci clicca sopra e parte un nuovo tema. Ed ogni volta è sempre la stessa storia.
“Che voleva tua madre?”, mi dice mia moglie Daniela al termine della chiamata.
Io mi fermo, rifletto e provo a biascicare qualcosa partendo dall’ultimo argomento: “no, niente; mi raccontava delle cose della sua vicina di casa”.
“E avete parlato tutto questo tempo? Per quale motivo ha chiamato?”, mia moglie è una esperta di questa tipologia di conversazione, sa bene come funziona, per questo mi incalza.
Io resto lì immobile, mi gratto la testa calva e cerco di dipanare la matassa per risalire all’inizio della chiacchierata. Ieri, ad esempio, non ci sono riuscito molto. Mi pare che abbiamo cominciato, ma non ne sono sicuro, dalle condizioni della quarantena in generale e da come si trovino bene lei e mio padre nel farsi portare la spesa a domicilio, per passare poi al nostro eccentrico Sindaco (Cateno De Luca) e al suo turpiloquio, nuova frontiera inesplorata della dialettica istituzionale; poi abbiamo toccato l’area della fede (mia madre è una fervente cattolica e la prima fan mondiale di Tv2000, la televisione dei vescovi), con una capatina sulla scuola a distanza, con annesso excursus rapido sul curriculum didattico di tutti i suoi dieci nipoti.
“Che ha Daniela?”, mi chiede a un certo punto.
“Niente mamma, forse qualche problema con i ragazzi”.
“Ma perché grida in questo modo? Che le hai fatto?”.
Ora dovete sapere che mia madre è l’eccezione al paradigma della madre italica, quella che parte dall’assunto incontrovertibile che suo figlio, il frutto del suo ventre, non può mai essere colpevole, semmai distratto e stanco, al massimi stressato, ma colpevole mai. “Vostro onore, probabilmente quell’uomo avrà equivocato. Sono certa che mio figlio non voleva strangolarlo, sin da piccolo ha avuto queste manone ed è stato sempre poco delicato. Gli davo la bottiglia di bagnoschiuma in mano e lui la spremeva così forte che faceva uscire tutto di fuori. È maldestro, non è colpa sua… probabilmente voleva solo strattonare quell’uomo dal collo, poi al solito con le sue manone da birbante avrà esagerato. Ma io sono sua madre, lo so che queste cose non le fa di proposito”; questa è una ipotetica quanto realistica difesa del prototipo di mamma italiana.
Nel caso della mia genitrice tutto cambia: lei parte dall’assunto che i suoi figli siano comunque colpevoli e spetta a loro dimostrare l’eventuale e remota possibilità di innocenza.
“Mamma, non sono io che ho fatto arrabbiare Daniela. Sta richiamando i ragazzi. Senti...”, e rivolgo il cordless verso il corridoio.
“Lavatevi le mani!!!”.
“Allora Daniela grida veramente così come hai scritto gli altri giorni?!”, mi dice mia mamma, scagionandomi dalle accuse precedenti. Nel frattempo riesco a sentire al telefono i passi di mio padre che si reca verso il bagno e apre l’acqua del lavandino. Avrà sentito anche lui l’ululato attraverso la cornetta.
Si giunge a fatica alla fine della telefonata. Tutti i miei tentativi di arginare il diluvio materno risultano vani. Se mi limito ad annuire, l’onda d’urto man mano perde la sua potenza. Ma è mia madre! Devo essere un minimo educato e interessato (tra l’altro, per molte delle cose che dice sono interessato veramente). Accenno una breve frase d’assenso, un piccolo “hai ragione, però...”, un minuscolo “è vero tutto, ma io direi che...”, e l’onda riprende potenza, ti sommerge, apre nuovi argomenti, tematiche diverse, capitoli interi, digressioni manzoniane che ti avviluppano nei loro tentacoli e pensi che non ne potrai uscire più. Non invochi il Cielo, ma una forza in questo caso certamente superiore, ad esempio Tv2000. Speri che il palinsesto dei vescovi abbia pensato una coroncina, un rosario, una meditazione di qualche alto prelato che mia madre non possa perdere per nessuna ragione.
Vedo il computer, vedo le prime righe della puntata, tutto è perduto ormai, sono andate via anche le idee.
Mi toccherà rimandarvi a domani… mentre vi scrivo, dal cordless appoggiato sul tavolo, per dare sollievo ai miei padiglioni auricolari surriscaldati, esce ancora la voce di mia madre, instancabile, che mi racconta la storia di una sua zia di quarantacinque anni fa, una zia che a stento ricordo, la storia della zia e le vicende di tutti i suoi parenti, schedati per età, attività impiegatizia, legami familiari, patrimoni.. forse lavorava alla CIA mia madre, e non ce l’ha mai voluto dire.
Maurizio Colucci
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