I
lieti giorni del Corona (8)
Diario
semiserio
“…
E torneremo di nuovo ad abbracciarci”, mi risuona questa frase prima di
coricarmi, forse ha detto qualcosa di simile Conte in una delle sue drammatiche
conferenze stampa, anche altri in tv la ripetono, ci sono pure dei meme su facebook.
Mi addormento con questo ritornello in testa, che dovrebbe essere rasserenante,
credo. E in effetti sembra così.
C’è
una splendida festa, tanta gente in una sala, tutti vestiti eleganti, ci baciamo,
ci scambiamo gli auguri, qualcuno di noi si abbraccia. Poi diventano tanti che
si abbracciano, vengono pure verso di me. Penso: “Ma si può fare?”.
“Stiamo
tornando ad abbracciarci, che bello!!!”, alcuni gridano, i miei figli pure
stringono mani, si scambiano pacche di scherzo con il loro amici, mia moglie
grida loro: “Lavatevi le mani!!!”. Allora non è passato tutto. Ma quelle
persone vengono verso di me, mi vogliono abbracciare, però non è più una festa,
è una coda alle poste il giorno delle pensioni, mi abbracciano o mi spingono?
Mi alitano addosso… ma ‘sta signora deve per forza sbuffare sulla mia nuca, “adesso
si può!”, grida l’addetta allo sportello, è una vecchia dalla faccia mostruosa,
sembra un pupazzo dei Muppet ma rovinato dai maltrattamenti di un bambino
viziato e malefico. “Abbracciatelo tutti!”, intima la vecchia demonianca agli
astanti, e allora si avvicinano a me, vogliono essere amichevoli, ma non
sorridono, ghignano, qualcuno riesce a baciarmi, sento le labbra bavose sulle
guancia, mia madre mi tira da un braccio, sono piccolo, ho 9 anni (a pensarci
bene mia madre mi tira anche adesso, che ne ho 43 di anni).
“Bacia
la zia!”, la zia no, sembra una lumaca, mi lascia sempre una scia
sull’innocenza delle gote mie; “e bacia il nonno”, ma il nonno non si fa la
barba, punge, “e bacia la nonna”, però, cara mamma, lei è tua nonna, non la
mia; casomai la bisnonna. “E non ti pulire la guancia dopo che ti bacia, che si
offende”, ma che ci posso fare! Forse perché davanti ha un dente solo, la
dentatura non le tiene la saliva, è affettuosa per carità, ma con quel dente
solo… mi bacia la bisnonna, mi umidifica la faccia e poi mi ride gustandosi una
foglia di carciofo in mano: si vede in maniera chiara la scia lasciata sulla
mollica dell’unico incisivo, praticamente un solco. Mamma non c’è più, sono di
nuovo adulto, “… e torneremo ad abbracciarci!”, urla quella turba nell’angusto
ufficio postale, tutti addosso a me, e penso, mentre sento addosso le ascelle
pezzate, l’igiene deficitaria, gli odori vari di umanità, penso che io non
voglio tornare ad abbracciare nessuno, quelli che devo abbracciare sono già a
casa con me e qualche rara eccezione fuori.
“Ci
vuole un metro, un metro di distanza!”, grido e mi ritrovo negli studi della
Rai a ballare il Tuca Tuca con Alberto Sordi e la Carrà da giovane. Forse ora
non c’è la fila per ballare con la Carrà, ma quando era giovane tutti noi
maschietti avremmo trascorso un po’ di tempo volentieri a fare il Tuca Tuca con
lei.
“Mi
piaci (boom) ah ah…” e cosi via ballando e ridendo, con gli occhi ipnotizzati
dall’ombelico roteante di Raffaela, finalmente un contatto decente, è bella la
Carra ed è bello il Tuca Tuca…
“Maurizio,
Mauro…. Che hai?”.
“Ah?
Che c’è, Dani, è successo qualcosa?”, le rispondo intontito.
“Sei
agitato, sembra di dormire con un cavallo imbizzarrito, guarda là… ci sono
tutte le lenzuola fuori dal materasso”.
Io
penso: come le può venire l’aggettivo imbizzarrito così immediato alle sette di
mattina? Poi penso: mi sa che è più preoccupata per le lenzuola che per me. E
ancora penso: non poteva svegliarvi prima, quando ero assediato dai mostri
bavosi all’ufficio postale? Secondo me, lo sa, sarà un altro dei suoi
superpoteri: come ha capito mia moglie che nel sogno mi stavo dilettando a fare
il Tuca Tuca con la Carrà giovane?
Maurizio
Colucci
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